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La forza comunicatrice della danza

 

Collisions è dove marketing e comunicazione incontrano nuove discipline: così dopo aver navigato nella space economy con il Prof. Caprara, e sui social network con il Prof. Antonino Di Pietro un'opinion leader in ambito sanitario, Marco De Angeli, vicepresidente IAA Italy Chapter, incontra Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko, primi ballerini del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, e Francesca Pedroni, giornalista, critica e docente di Storia del Balletto e della Danza.


I nostri ospiti hanno suggerito nuove prospettive per parlare di danza nella comunicazione pubblicitaria: superare gli stereotipi e valorizzare la vastità d’emozioni che un ballerino riesce a trasmettere con la sua arte.

 

Sono giorni in cui il movimento e il contatto fisico è bandito dai decreti ministeriali e dove i teatri sono chiusi e non ci sono spazi pubblici per la danza.

 

È il momento giusto per ragionare su un rapporto tra danza e comunicazione e capire com’è gestita l’immagine di singoli artisti e quale potrebbe essere il punto di incontro tra un mondo così pregno di parole, immagini e suoni come quello pubblicitario, e quello invece più pulito della danza.

F.P.: Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko sono una coppia di punta, amatissima dal pubblico ma anche da chi, come me, si occupa di danza dal punto di vista professionale.

La prima domanda riguarda i movimenti del corpo. Quando guardiamo un danzatore infatti lo riconosciamo anche solo vedendolo camminare fuori dal teatro, e siamo affascinati dalla postura, dall’armonia e dalla bellezza.

 

Quanto ha inciso nella vostra vita avere avuto la formazione della danza?

 

T.A.: Non sappiamo bene quanto abbia inciso nella nostra vita la danza. Noi comunque sin da piccoli, dalla mattina alla sera, abbiamo studiato sempre danza e siamo cresciuti in questo mondo. È un’altra realtà, conosciamo la vita al di fuori del teatro ma per noi è più naturale restare in sala da ballo e relazionarci con compagni e colleghi.

N.M.: È una formazione a 360 gradi. La danza ci ha formati a livello fisico: ha costruito il nostro corpo con gli esercizi che abbiamo fatto fin da bambini in modo diverso dal solito, con un allungamento ed un’elasticità che sicuramente non avremmo avuto così.

Ci ha dato un’eleganza e un’armonia che ci contraddistingue anche camminando fuori dal teatro. Ma ci ha formati anche a livello caratteriale: è una disciplina che richiede tanti sacrifici e tantissimo impegno. Ci ha insegnato cosa significa sacrificare tutto per realizzare un sogno, la forza di volontà, l’impegno, la disciplina ma anche che cosa significa poi essere felici, il successo e la realizzazione di un sogno che si ha fin da bambini.

 

F.P.: La danza quindi vi rende migliori comunicatori di voi stessi?

Pensate che potrebbe essere più condivisa tra persone che non sono danzatori professionisti come nelle scuole, nelle classi? Quanto può aiutare un’impostazione così anche in altre attività?


T.A.: Per i giovani dico che è un allenamento fisico. Oltretutto la percezione del proprio corpo a livello fisico stimola la creatività della comunicazione. Aiuta anche a formare la personalità.

N.M: Sarebbe bello se fosse inserita nelle scuole come educazione per avvicinarsi all’arte e per la conoscenza del corpo: cosa si può fare con il corpo e come trasmettere un’emozione, un sentimento e come sviluppare certe sensibilità verso l’armonia e l’eleganza.

Aiuta anche nella condivisione con gli altri compagni. Essere in un gruppo e rispettare le regole, essere responsabili di ciò che si sta facendo. Sono tutte cose che la danza insegna.

 

Proviamo a fare un passo ulteriore avvicinandoci ad un contesto di comunicazione e di media.
Come voi riuscite a mantenere un contatto con il vostro pubblico in questo periodo di lock down?
Come usate i social? Quali sono le regole che usate, se ci sono?

 

T.A.: Io non uso molto i social, riposto i post di altri. Negli ultimi 4-5 anni mi sono un po’ allontanato perché volevo che la mia vita restasse mia senza condividerla troppo. Poi la mia pagina ha un po’ di seguito, sicuramente molti spettacoli che ho fatto mi hanno dato visibilità e sono aumentati i followers.

N.M.: Sicuramente i social hanno portato innovazione anche nel mondo della danza perché prima era difficile avere un contatto con le persone che venivano a vedere uno spettacolo: o le incontravi fuori dal teatro o finiva lì. I social permettono un contatto più diretto, è come se fossimo più umani.

Adesso è facile dopo uno spettacolo scrivere un messaggio per complimentarsi o fare delle domande. Prima non era possibile quindi sicuramente sono di grande aiuto per un pubblico più vasto, anche per chi non ha la possibilità di venire in teatro. Adesso lo possono fare, è una piccola parte ma è un supporto.

A me piace usare i social per condividere che cosa sto facendo a livello lavorativo: segnalare se domani avrò uno spettacolo ma poi ovviamente ci sono anche elementi personali. Condivido le foto sul palcoscenico ma anche quello che c’è prima e dopo, è quello che la gente non può vedere e che magari è più interessante da guardare.

M.D.A. Ho visto anche un po’ il grido di dolore dal mondo del teatro e della danza per le chiusure.

 

È un mezzo che vi ha mostrati come partecipi e attivi nel lock down? Alternate post personali anche a messaggi importanti a livello sociale?

 

N.M.: Si aiutano anche in questo i social, se c’è una situazione difficile come questa. Devo dire che ci siamo trovati in tanti ballerini tutti uniti, abbiamo condiviso questa dura situazione comune. È un mezzo per arrivare a chi di dovere per farci sentire.

F.P.: Abbiamo visto che con i complicati mezzi di chiusura il teatro La Scala ha lanciato varie iniziative. Per esempio i “Mestieri del Teatro”, la spiegazione dei passi.

 

Quindi mi chiedevo come avete vissuto la trasformazione della grande casa. Vi ha portato nuovi followers?

 

N.M.: Abbiamo iniziato durante il lock down in aprile in occasione della giornata della danza in cui avremmo comunque debuttato alla prima di Romeo e Giulietta ed era un’occasione speciale.

È stato molto bello perché ci ha fatto sentire più vicini al teatro e ancora parte di una compagnia così importante. Ci ha unito perché ognuno era collegato dalla propria casa, quindi una situazione molto intima che però era condivisa con tutto il mondo.

T.A.: Anche per mantenere il seguito del pubblico, perché eravamo proprio in una situazione brutta e volevamo fare qualcosa. È stato molto bello e penso anche per le persone che ci hanno seguito sui social.

N.M.: Abbiamo fatto i “Mestieri Del Teatro”: ad ognuno di noi è stato affidato un passo particolare, l’abbiamo fatto separatamente e poi insieme noi due. È stato molto divertente soprattutto perché durante il lock down ci sono stati molti ballerini che si sono cimentati a dare delle lezioni. Noi non abbiamo mai dato lezioni, è stata la prima volta.

C’è stato un grande seguito perché il teatro pubblicava un post a settimana ed è stato molto atteso. Non abbiamo capito veramente se c’è stato un aumento di followers, ma sentivamo che il momento era molto atteso dal pubblico e quando è finito molti ci hanno detto “ma come? Già finito? Ancora!”.

T.A.: Per noi comunque è stato strano spiegare i passi, non siamo abituati a farlo. Nicoletta ha spiegato i fouettés io ho spiegato il doppio assemblé en tournant: per lei sono le piroette e i giri, per me un salto con doppio giro.

Per arrivare ad avere una spiegazione è stato molto strano, nuovo, ed eravamo curiosi di sapere come sarebbe uscito.

F.P.: Senza altro è stato un modo per avvicinare il pubblico. Il balletto classico accademico è visto come meraviglioso ma intoccabile con passi di cui moltissime persone non sanno i nomi. Devi averli studiati per saperli, quindi è stata un’iniziativa importante a livello comunicativo per rendere il pubblico più abituato, per avvicinare le persone.

 

Secondo voi le campagne pubblicitarie, in questo momento di richiusura dei teatri, possono essere efficaci per far capire quanto siano importanti i teatri?

 

N.M.: Beh questo è un messaggio che sicuramente andrebbe comunicato, soprattutto in questa situazione. Credo che la cosa più interessante in questo momento sia far emergere cosa c’è nel retroscena.

Non è solo il non poter fare uno spettacolo che ci manca, ma è tutta la preparazione per arrivare a quel momento e all’essere così leggiadri. Quello che facciamo è una preparazione a livello sia fisico sia mentale che poi porta alla realizzazione di uno spettacolo meraviglioso. Credo non sia necessario dire quanto sia importante un teatro o uno spettacolo perché la gente questo penso che già lo sappia.

T.A.: Sia gli alti che i bassi, sia stati d’animo che gli aspetti fisici perché alla fine ci sono gli infortuni anche nella danza. C’è tutto un mondo da scoprire anche se non ce lo si aspetta. La gente non conosce il mondo della danza, non l’hanno vissuto quindi è ovvio. Ma è un lavoro, un magnifico lavoro.

M.D.A.: Quindi oltre un dietro alle quinte, anche come viene rappresentato un ballerino. Ci sono nuove strade e nuovi modi di raccontarlo per capire che cosa ci sta dietro.

 

Ma è un mestiere attraente per i giovani?

 

T.A.: Direi di sì. Si crea un gruppo di persone che condividono la stessa cosa: la danza e la passione per la danza. Essere un ballerino ed essere parte di questo mondo è bello.

N.M.: Molti ragazzi giovani ci chiedono come diventare un ballerino, che scuola fare, cosa abbiamo fatto per arrivare qui. Quindi c’è tanta gente che vorrebbe intraprendere questo percorso. È un mestiere ambito dai giovani, ci sono tantissimi ragazzi che studiano danza e vorrebbero arrivare ad alti livelli nei teatri.

M.D.A.: quando si riduce ad un 30 secondi una campagna pubblicitaria si raccontano degli stereotipi anche se sarebbe bello iniziare a capire quali potrebbero essere nuovi modi per rappresentarvi.

N.M.: Si sarebbe bello che i ballerini venissero rappresentati nella pubblicità senza stereotipi, non solo mostrando il tutù e le punte ma proprio raccontando la storia di ognuno di noi, che cosa ci ha portato a prendere questa scelta.

M.D.A.: Ho cercato delle ricerche per questo incontro. Ne ho trovata una del 2012, dell’Advertising Review “Dancing adv the silent persuator” – il persuasore silenzioso. Spiega come la forza seduttiva della danza permetta a quella pubblicità di avere dei risultati decisamente superiori rispetto a campagne con soluzioni alternative, in termini di ricordo attinente.

 

Ci sono delle evidenze che ci invitano a trovare un dialogo più attivo tra comunicazione pubblicitaria e danza. Qual è la vostra esperienza in pubblicità?

 

N.M.: Io penso che attraverso un ballerino si possano trasmettere molte sensazioni in molti modi con il movimento del corpo: i movimenti delle braccia, il salto esplosivo, i giri virtuosi.

Penso non ci siano limiti nel comunicare con un danzatore. La mia esperienza in pubblicità non è vastissima perché solitamente se faccio una pubblicità sicuramente deve essere pubblicizzato il prodotto, ma mi piace quando esce qualcosa di mio.

T.A.: Ci sono tante caratteristiche e sfumature. Poi dipende anche dalla creatività del coreografo e del ballerino, si può esprimere una miriade di sfumature di sensazioni. Io purtroppo non ne ho fatte, non ho avuto occasioni di provare questa esperienza.

 

Quale suggerimento dareste al mondo della pubblicità?

 

T.A.: Usare di più i ballerini e la nostra arte per comunicare visto che si può esprimere tutto, dipende solo dalla creatività delle persone, e togliere gli stereotipi che la società ha per la danza.

N.M.: Può venire fuori stile, eleganza, impegno ma anche i gesti atletici come i salti. La danza è usata per le pubblicità ma dovrebbe essere più incisiva e raccontare anche la persona.

F.P.: Due aspetti direi. Uno è quello di cui parlavano loro, lo stereotipo. Da un lato sarebbe bello che la danza non si dovesse appoggiare solo allo stereotipo, che spesso tra l’altro è usato con ballerini non eccellenti. Inoltre serve trovare qualcosa che possa essere sostenuto dal pensiero e non solo dal corpo.

Penso alle pubblicità sostenute da aziende che si rivolgono a temi umanitari, come lo spreco dell’acqua o l’importanza della salute psicofisica. Usare i danzatori come testimonial di qualcosa che è sostenuto dalle aziende ma comunque sotto un profilo globale di pensiero rispetto al mondo in cui viviamo.

M.D.A.: È molto interessante perché emerge la richiesta di usare la persona, uscire dagli stereotipi e usare nuovi codici per raccontare la danza.

C’è una campagna di Amazon per il Natale che ha come cuore la danza: è la storia di una giovane ballerina che prende una parte importante e con il lock down non può andare in scena. C’è tristezza ma poi i vicini trovano il modo di fare il palco sulla terrazza.


Si avvicina alla tematica delicata di questi giorni, ma anche alla danza con il sacrificio e la delusione, e poi la condivisione. Sono stati superati gli stereotipi?

 

N.M.: È molto bello perché racconta verità che è recente, con il lock down gli spettacoli erano fermi ma la danza non si è fermata. Come la ragazza del video siamo andati avanti come potevamo. Però dall’altro lato mi piacerebbe che la danza fosse rappresentata così com’è veramente, non solo nelle delusioni ma anche nella nostra normalità.

M.D.A.: È interessante, è un messaggio chiaro per chi fa campagne pubblicitarie. C’è un terreno buono da esplorare.

F.P.: Ci vorrebbe una campagna che racconti la giornata, alla fine la danza è un lavoro. Essere un primo ballerino in un teatro come La Scala non è da tutti, ma dietro al lavoro della stella ci sono tantissime altre persone. È un luogo di arte ma anche di lavoro ed è il caso di ricordarlo, perché sono molte le persone che vivono di teatro.

N.M.: Noi siamo quelli che il pubblico osserva ma poi dietro c’è un mondo senza cui non potremmo stare. È una famiglia, una macchina che si muove insieme e senza la quale non potrebbe esserci uno spettacolo così ricco.

Ascolta l'intervista integrale nel nostro canale YouTube!

Ma cosa succede quando i media incontrano l'odio? Il ruolo dei brand contro gli hate speech è fondamentale, ne parleremo nella prossima puntata di Collisions.

 

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